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Avvenire

COMBATTERE IL DESERTO PER NON PARTIRE

Sahel: Per monsignor Kasteel il miglioramento delle condizioni ambientali è la chiave per frenare l’emigrazione e la fuga dei giovani.

«Intervenire per migliorare l’ambiente e combattere la desertificazione vuol dire incentivare gli uomini e le donne del Sahel a non abbandonare la propria terra. Convincere i giovani a restare nel proprio Paese e far crescere l’economia». Per monsignor Karel Kasteel, segretario del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, è questa la sfida che attende la Chiesa che opera nel Sahel, la regione che separa il Sahara dall’Africa Nera. Un’area abitata da 120 milioni di persone che possono contare sulla disponibilità di soli cinque litri d’acqua a testa al giorno. La loro vita è legata a filo doppio alle difficili condizioni ambientali: l’avanzare del deserto minaccia l’agricoltura e mette a repentaglio i pozzi. Per contro, l’uso eccessivo del suolo e lo sfruttamento delle foreste favoriscono l’impoverimento del suolo. Siccità e aridità, con ricorrenti carestie e livelli di alimentazione assolutamente insufficienti. Condizioni che provocano l’abbandono delle campagne, l’emigrazione la fuga dei cervelli e il conseguente impoverimento di Burkina Faso, Capo Verde, Ciad, Gambia, Guinea Bissau, Mali, Mauritania, Niger e Senegal. «Paesi piccoli e grandi, che professano fedi diverse. Ma che se riescono a lavorare assieme possono ottenere buoni risultati», ricorda monsignor Kasteel.

In questo percorso di crescita e sviluppo opera, da 25 anni, la Fondazione Jean Paul II per il Sahel (creata nel 1984, per iniziativa diretta di Karol Wojtyla, al termine dello storico viaggio in Africa del 1980) con l’obiettivo di combattere la desertificazione. La Fondazione porta avanti progetti di formazione rivolti alla gente comune per istruirli in materia di difesa e preservazione dell’ambiente, una formazione più avanzata per i tecnici e progetti di sviluppo. Tra il 2005 e il 2008 ha investito quasi nove milioni di dollari. «Lavoriamo a stretto contatto con i governi per capire quali sono i problemi più gravi e capire in che modo è possibile agire per superarli», spiega monsignor Kasteel, precisando che uno dei punti di forza della fondazione è la stretta collaborazione con la popolazione locale. «Stavamo preparando un progetto per la disinfestazione dalle zanzare di una regione paludosa – ricorda – ma i pastori ci hanno chiesto di non farlo altrimenti le capre avrebbero distrutto tutto».

Monsignor Kasteel ha portato la sua testimonianza al convegno “Solidarietà e sviluppo per il Sahel”, organizzato ieri a Milano dal Comitato di collegamento di cattolici per una civiltà dell’amore. Nel corso della giornata sono stati presentati 22 progetti, elaborati dalla Fondazione, che il Comitato si propone di finanziare attraverso il contributo di aziende e imprese. «Vogliamo muovere le aziende milanesi, tirarle fuori dalla nebbia e chiedere loro di avventurarsi nel Sahel», ha spiegato il segretario Giuseppe Rotunno. I progetti (visibili sul sito www.microimprese.org) riguardano la formazione, l’agricoltura e la formazione ambientale, la sanità e la promozione della donna.

Ilaria Sesana (Avvenire del 19/06/09)